
Un piccolo libro letto al volo; un lungo racconto, con l’aggiunta, in appendice, di una selezione di brani scelti, una piccola preziosa antologia tematica. Un bel riposo postprandiale divano-libro.

Posso dire che, in questi giorni, non ho voglia di leggere? Non sarebbe la verità, direi una bestemmia, pur trovandomi di certo preda di qualcosa che un po’ somiglia a un’asserzione tanto balorda. Con una tale affermazione mi troverei, credo, nel campo del verosimile, che per definizione è <non vero> e tuttavia implica una forma di rapporto con la verità.
Potrei rovesciare i termini e dire che non ho voglia di scrivere, anche se pure questo non è vero. Sto scrivendo, infatti, ed è ciò che, in questo momento, voglio fare; oserei dire persino che ne sento l’urgenza. Perché ho qualcosa da dire? Ecco, no, non proprio.
Gaetano Savatteri, “La congiura dei loquaci“, Sellerio 2017 (Prima edizione Sellerio 2000)
“Sono passati molti anni, nella mia disgrazia che, forse lei ancora se la può ricordare, si cominciò il 6 novembre 1944…”
La storia si avvia con la prima parte di una lettera, datata, sapremo poi, 22 dicembre 1967, che sarà ripresa in epilogo, a sigillo, e conferma, degli avvenimenti narrati e dei percorsi di vita dei protagonisti. Mittente, tale Vincenzo Picipò, detto “Centoedieci“.
Nel mezzo, la storia di un omicidio, di una incriminazione e di una condanna ingiuste (mai tuttavia, se ho ben capito, riconosciute come tali): storia di omertà che prenderà la forma di una inedita loquacità diffusa, finalizzata alla costruzione del capro espiatorio.
La libraia virtuale interrompe le pubblicazioni, per circa due settimane, causa occasione bellissima e insperata di trascorrere un […]
Il 19 luglio scorso sono stati sessant’anni dalla morte di Curzio Malaparte.
Mentre leggo “Maledetti toscani”, oscillo – mi piace, mi irrita, mi diverte, mi affascina (dio mio, il linguaggio! Quest’uomo danza con le parole! Non gli manca certo lo scilinguagnolo!). Ora ne sono certa: è un grande, che ha fatto dell’esser antipatico il proprio marchio, a tal punto da risultare, a proprio grande scorno, sommamente attrattivo. Talora avviene che si distragga dal proprio obiettivo, e gli scappa di mano la poesia. Quanto alla scrittura: pare ci sia nato, con parole in bocca e in punta di penna. E tuttavia, cos’è quel qualcosa che…?
Dev’essere il fatto che lui è lui; il fatto che – posso dirlo solo di questo libro in corso di lettura, ma credo sia così – egli sovrasta ciò che scrive, è uno di quelli che non stai a sentire per ciò di cui parlano, per le storie che raccontano; stai a sentire loro, possono raccontare quel che vogliono, fa lo stesso. Per scoprire, solo poi, che ciò di cui parlano è importante.

Carlo Rovelli, “L’ordine del tempo”, Adelphi 2017
E mentre i versi di Orazio (qui), di sottofondo, ricordano, mantengono, il tema dentro e per la nostra vita, ascoltiamo, più che leggere, una eco di queste pagine.
Rovelli Carlo, “L’ordine del tempo”, Adelphi 2017
(Orazio, “Odi ed Epodi”, Feltrinelli, zoom Poesia)
È stato un po’ di tempo fa, era il febbraio dello scorso anno, quando ho proposto un piccolo Adelphi di Carlo Rovelli, “Sette brevi lezioni di fisica”, (qui) e ora ho atteso prima di proporre questo suo nuovo lavoro. Ci sono libri che richiedono riposo, dopo averli letti, e tempi lunghi per affrontarne un seguito: ed è questo il caso.
L’estate è finita. Si ritorna a casa.
Da mesi mi trovo spesso, felicemente, lontana da casa, salvo sporadici rientri; ed è ora il tempo del ritorno, del riprendere una vita regolare, magari non troppo a lungo; e di ripensare scelte e proposte di lettura che, nell’immaginario, rispondano ad un “discorso” che presenti una certa coerenza, pur senza esagerare. Ho voglia di approntare una qualche forma, anche, di studio, un dove mettere la testa a dipanare qualche gomitolo dopo aver giocato, lungo tutta un’estate, ad aggrovigliarli, a mischiare colori, come un gatto nel cestino delle lane.
Patrick Rothfuss, “Le cronache dell’Assassinio del Re”, Trilogia:
Volume I: “Il nome del vento”, Fanucci 2008
Volume II: “La paura del saggio”, Fanucci 2011….
Traduzione dall’inglese di Gabriele Giorgi
….e Volume III, conclusivo della saga, atteso dal 2011, che a tutt’oggi non c’è.
“Ho sottratto principesse a re dormienti nei tumuli. Ho ridotto in cenere la città di Trebon. Ho passato la notte con Felurian e me ne sono andato sia con la vita, sia con la sanità mentale. Sono stato espulso dall’Accademia a un’età inferiore a quella in cui la maggior parte della gente viene ammessa. Ho percorso alla luce della luna sentieri di cui altri temono di parlare durante il giorno. Ho parlato a dèi, amato donne e scritto canzoni che fanno commuovere i menestrelli. Potresti aver sentito parlare di me.”
Un po’ di tempo fa buttavo là qualche pensiero sul tema-problema della (reale o supposta) elevata incompetenza linguistica dei nostri studenti (qui). Da parte mia, si trattava, come ho scritto, unicamente di “pensieri in libertà. Nessuno giusto. Nessuno definitivo.”
Lo spunto era stata una lettera, indirizzata pubblicamente al Governo italiano da professori universitari e intellettuali di vaglia che, segnalando il problema, fornivano precise indicazioni sulle didattiche che i colleghi degli ordini di scuola inferiori avrebbero dovuto porre in essere per rimediare.
Robert Louis Stevenson, “L’isola del tesoro”, Feltrinelli 2014
Con breve saggio introduttivo, “L’arcipelago”, sulla critica e sulla fortuna editoriale di R. L. Stevenson di Domenico Scarpa.
Introduzione e traduzione di Lilla Maione
Björn Larsson, “La vera storia del pirata Long John Silver, Iperborea 2010. Introduzione di Roberto Mussapi
Dovrò riprendere a parlare di questi due libri da dove ho lasciato, nell’ultimo post (qui), in cui scrivevo, a proposito del romanzo di Björn
Larsson dell’“incontro felice con una storia e una scrittura appassionanti”, e proseguivo domandandomi “come evitare, incontrando Long John Silver, di riprendere Robert Louis Stevenson, di reimmergersi nell’”Isola del tesoro”?
Io ci ho provato. Ci ho provato davvero. Pesto tasti da ore, accumulo file che butto, metto da parte, riprendo; cambio argomento, taglio qui aggiungo là, passo ad altra scrittura, mi attardo a leggiucchiare on line questo e quello, passo a ulteriore nuova tematica senza accorgermene, infilando la tangente, non so perché ci sono sempre sentieri che si aprono lungo ogni mio percorso e neppure mi accorgo di aver deviato dalla retta via.
Ci ho provato. Ci rinuncio. Avevo in programma un tema. Anche se non pare, io ci provo a programmare le cose da scrivere; poi, non so come avvenga, dev’essere quella cosa per cui la vita è tutto ciò che ti accade mentre stai progettando altro – e devo prendere atto che no, niente funziona mai come da scaletta.
Halldór Laxness, “Sette maghi”, Iperborea 2016. Traduzione e postfazione di Alessandro Storti
Un piccolo gioiello questo “Sette maghi”, un libro di piccole dimensioni, e tuttavia di grande spessore.
Sette racconti, molto diversi tra loro, dai quali si ricava un senso di unità difficile da giustificare, se non, forse, proprio per il loro rapporto con una particolare forma di magia che serpeggia nello sguardo con cui l’autore, raccontando storie, inventando storie spaziando nel tempo, girovagando tra cronaca e leggenda, legge fatti umani, personaggi, consistenze di vite diverse e di modi della relazione.
Michele Rech, nato ad Arezzo il 12 dicembre 1983, nome d’arte Zerocalcare, è un giovane autore il cui grande futuro dovrà attendere per essere raccontato: di lui appaiono già oggi con forza le opere, pur essendo – leggo su di lui – uno di carattere riservato, che pare ami farsi i fatti propri. Di lui, leggo ancora che conduce uno stile di vita senza alcool, droghe e tabacco e almeno tendenzialmente opta per un’alimentazione vegetariana, o vegana, non so, e cose così. Niente di che, se non un qualche apprezzamento per la prima parte delle sue scelte.