Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh, Casa Editrice Corbaccio 20132205113_I quaranta giorni dl Mussa Dagh_cop@01.indd

Questa è una storia ed è un romanzo: Werfel narra la vicenda di cinquemila armeni, gli abitanti di sette villaggi alle falde del Moussa Dagh che, nell’imminenza della deportazione da parte della Turchia, l’allora Impero Ottomano, nel corso della prima guerra mondiale – era il 1915 – decisero di resistere rifugiandosi e organizzandosi per combattere sulla loro montagna. Da lassù, il monte si trova a Nord della Baia di Antiochia, a picco sul mare, sperarono di essere individuati da qualche nave francese o inglese che li potesse salvare, rivolgendo dunque le loro speranze necessariamente al nemico. Alzarono una grande bandiera, con scritto “Aiuto, Cristiani in pericolo” sperando che fosse veduta. Dopo quaranta giorni, prossimi alla morte per fame, furono individuati, non per merito del segnale, da una nave francese che li mise in salvo. Questa è Storia, ed è la storia di quella gente, di quelle comunità, di quella decisione e di quei quaranta giorni.

Il 22 agosto scorso è morto, all’età di 84 anni, lo scrittore giornalista Peter Opkirk, l’autore de “Il Grande Gioco. Non so perché, la notizia mi ha provocato, con il dispiacere, uno forma di stupore. Certo, era anziano, ma in qualche modo, aspettavo inconsapevolmente la sua parola per leggere gli eventi cui stiamo assistendo ora, mentre…il gioco continua.

E mi viene in mente, sono ormai passati sette anni dalla morte di Ryzard Kapuscinski. Un’altra voce che ci raccontava, che mostrava il mondo e il tempo. Che continua a parlare nei suoi libri. Ancora da leggere e rileggere.

Parentesi: Tra i suoi tanti, tutti bellissimi, libri, se non avete ancora letto “In viaggio con Erodoto” è il momento di farlo. Poi leggerete sicuramente gli altri.

John Williams, Stoner, Fazi Editore 2012

Quando si finisce di leggere questo libro, dimenticando il fatto che, fino circa la metà si era stati tentati di lasciarlo per noia e qualcosa ci aveva trattenuti, si esala un respiro e la voce interna dice una unica parola: Bellissimo.

Poi, come accade quando un autore ci ha totalmente presi, la mente va alla ricerca della nuova sua opera da leggere. A questo punto ci si dice, stupiti: “No. Non credo che leggerò altro di suo. Questo autore è questo libro. E basta”.

Non accade spesso, ma accade. A me è accaduto con questo libro. Di sentirlo come una totalità. E cerco di capire: perché questo libro è bellissimo? E perché questa sensazione di totalità conclusa?

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Charles M. Schultz, Piperita Patty e Marcie. Fonte: internet

Questa è una chiacchierata a sé. O vogliamo dire un Intermezzo. In ogni caso, un po’ fuori tema. Ho di fronte a me un bel gruzzolo di libri da leggere, e tra questi certamente alcuni da recensire: mi prendo dunque del tempo per fare il punto su questo blog, che sono determinata a sviluppare, forte anche dei pochi ma buoni followers che lo seguono (si dice “followers”, vero? Sto imparando, sono costretta ad imparare linguaggi che non mi erano abituali, ma si fa tutto quel che serve, sperando di non sbagliare troppo)

Mi rendo conto che è un po’ arrischiato, da parte mia, prendere di petto i lettori (ci siete, non folle oceaniche ma assicuro che ci siete, anche se un po’ zitti zitti), e correre il rischio di non avere risposta, ma è necessario che io ci provi. Da dove posso partire?

2205113_I quaranta giorni dl Mussa Dagh_cop@01.inddSeconda tappa del giro a librerie. Avevo in lista molti desideri, che non ho del tutto assolto perché, come si conviene a questo tipo di shopping, si sono inseriti libri non previsti ma ai quali ho proprio dovuto cedere.

Dunque. Partenza dalla libreria Santi Quaranta, che sapevo aver riaperto i battenti dopo le ferie e che avrei visitato ben sapendo che, là, non avrei né cercato né potuto trovare i libri che stavano nel mio foglietto di appunti, i libri che avevo già deciso di acquistare. Ma avrei potuto trovare cose inaspettate, da cui farmi conquistare. Ne sono uscita con due libri.

Andrew Sean Greer, La storia di un matrimonio, Adelphi 2008

La storia di un matrimonioPer questo libro sono necessarie due parole sull’autore. Giovane, nato nel 1970, gode di un’ottima critica. In Italia è pubblicato da Adelphi. Nel 2014 l’autore ha vinto il Premio Fernanda Pivano che, come noto, viene attribuito ad autori americani, tradotti in Italia, la cui opera venga giudicata rilevante.

Sempre nel 2014 è vincitore del Bottari Lattes Grinzane con il romanzo “Le vite impossibili di Greta Wells”.

Inizio con queste informazioni sull’autore e sul romanzo in quanto, a mio giudizio, “La storia di un matrimonio”, presenta aspetti che mi hanno lasciata, a dir poco, molto perplessa.

Andrew Sean Greer, Le confessioni di Max Tivoli, Adelphi Ebook, prima edizione digitale 2014Racconti dell'età del jazz

Francis Scott Fitzgerald, Il caso singolare di Benjamin Button. In: Racconti dell’età del jazz, Mondadori 2014

 

Segue a: “Una coppia nell’America del 1953

Breve premessa: ho iniziato la lettura di “Le confessioni di Max Tivoli”, dopo aver recensito “La storia di un matrimonio”, di Andrew Sean Greer, desiderando conoscere meglio questo autore, sul cui precedente romanzo avevo espresso riserve. E mi sono imbattuta nello ‘strano caso’, che è forse deducibile già dal titolo di questo post, e anche noto. Non lo era per me, e dunque mi scuso se parlo di qualcosa di altamente risaputo tra alcuni lettori. Ecco di cosa si tratta:

20140826_162111Che dire. Sono partita, armata delle più buone intenzioni, per una gita a librerie. A proposito: ho mai detto che abito a Treviso? Giusto per collocare le librerie, per chi ci abiti o chi le conosca.

Innanzitutto, volevo fare una discreta sosta alla Libreria Santi Quaranta: chiusa per ferie fino a fine mese. Grande delusione ma, a pochi passi, c’è la libreria Feltrinelli. Vado. Ne esco, poco dopo, irritata e senza acquisti. Possiamo dire che non è colpa della libreria? Che la colpa è delle mie idiosincrasie? In parte, solo in parte. Ma sono disposta a discuterne. E questo può essere il luogo giusto per farlo.

Ammetto una mia fissazione peculiare. Mi piace che i libri, negli scaffali, siano ordinati primariamente per casa editrice, oltre che per argomento e autore in ordine alfabetico. Se la libreria non è organizzata in questo modo, mi irrito. E mi spiego, o almeno cerco di farlo.

Cosa va a fare in libreria un lettore? Secondo me va, certo, a cercare il libro di cui ha già deciso l’acquisto ma, per lo più, va a occupare del tempo in cui cercare e trovare letture inattese. Va a fare scorta. Va a giocare a farsi venire pensieri e interessi e idee. Magari a farsi consigliare.

Remo Bodei, “Generazioni. Età della vita, età delle cose”, Editori Laterza 2014

Ciascuno di noi, vale la pena ricordarlo, è il risultato di una
Ininterrotta sequenza di viventi

 

COPERTINA BAUMAN DEFINITIVOIn un dialogo, tenuto da Remo Bodei nell’ambito di ‘Repubblica delle Idee’, nel settembre 2013, dal titolo Noi, poveri post umani, schiavi delle nuove libertà, il filosofo, parlando della difficoltà di vivere in un mondo che ha perduto la sua capacità di stare dentro una identità e un tempo condivisi e accettati – tra il nascere e il morire – osservava che è proprio dell’uomo, è un suo specifico, essere preda della “mala contentezza” che gli impedisce di accettare il limite.[i]

E questo mi fa pensare a Gehlen[ii], alla sua definizione dell’uomo comeanimale carente”. Egli diceva che l’uomo è il solo animale a nascere prematuro, non in possesso di strumenti adatti a fronteggiare un ambiente che gli sia proprio (la pelliccia, per un animale che nasce in ambienti freddi, la capacità di fuga, per un animale della savana, gli artigli, etc.). Egli deve costruire da sé il proprio ambiente e questo gli consente, paradossalmente, di potersi adattare agli habitat più diversi. L’uomo, privo di istinti naturali, opera attraverso lo strumento culturale, che è la sua ‘natura’.

Ora, Bodei parte con la sua analisi dalla tradizionale divisione della vita in tre fasi – gioventù, maturità, vecchiaia – che, “deriva dalla ripetuta esperienza quotidiana del corso del sole: ascesa, zenit, declino” anche se, aggiunge, “a dare ascolto a Oscar Wilde ‘essere immaturi significa essere perfetti’, non rinunciare mai a ulteriori cambiamenti”. Ritorna il tema: l’uomo è il solo, tra gli animali, a trarre da questa immaturità la propria forza, ricavandone innanzitutto la propria sopravvivenza.

David Foster Wallace, La scopa del sistema, Einaudi 2014La scopa del sistema

Finito di leggere. Come detto (in Parliamone di agosto) non credo che leggerò altro di Wallace. Non subito almeno. Ma non ne sono proprio sicura. Alla fin fine, mi chiedo se non sia il momento giusto per Infinite Jest.
La storia: una premessa, corre l’anno 1981, ragazzi al college, una festa, comportamenti tra il demenziale e lo stupido-adolescenziale; tre ragazze, tra cui una Lenore Beadsman quindicenne che poi, a distanza di dieci anni, sarà la protagonista del romanzo; tre ragazzi si introducono nella stanza delle ragazze, scherzi violento-cretini dell’età. “Dovete firmarci il culo” – dice Biff arrivando al sodo e sorridendo a Sue Shaw (…)

Venticinque Agosto 1983 e altri racconti ineditiAgosto, e non sono riuscita a trovare il tempo giusto per una gita a librerie. Non andava sprecata, di fretta, in tempi residuali. C’era abbastanza da leggere in casa.

Così, mentre sto per finire la lettura di “La scopa del sistema” (con la sensazione che, dopo questo romanzo, non leggerò tutto David Foster Wallace ma, solo forse, avrò voglia di parlarne) mi ritrovo a cincischiare tra i miei libri: il bisogno di recuperare cose che, magari, nuove letture hanno riportato alla luce ma che il tempo ha un po’ appannato e un po’ ammantato di nostalgia. Si trovano, tra i propri libri, vecchi pensieri e vecchi sè e la nostalgia corrompe il ricordo, lo deforma, non necessariamente, ma spesso sì, in meglio. La nostalgia ha certezze che la realtà presente non consente, oppure addirittura falsifica.

un-segno-invisibile-e-mio_letture_di_luglioAimée Bender, Un segno invisibile e mio, Beat, 2011

Terminata la rilettura di questo romanzo ed eccomi qui. Perplessa? non proprio, non è questo; un po’ a disagio, sì, forse. Il romanzo è interessante. Aimée Bender è una scrittrice dotata di una voce originalissima. Da dove, allora, il disagio? Credo provenga da me, solo indotto dal romanzo, la cui lettura mi porta a interrogarmi su quanto poco io sappia notare ciò che mi circonda. E che il romanzo mi invita a vedere.

D’accordo, ho iniziato questa recensione in modo anomalo, ma trattandosi di questo libro, non riesco ad evitarlo.

C’è una ragazza, Mona Gray, che viene messa fuori casa dai genitori – in realtà dalla madre – secondo cui è tempo che la ragazza conquisti una propria autonomia. Riluttante, Mona si trova un alloggio, si trova lavoro come insegnante di matematica in una scuola primaria e di lì a poco, al compimento del ventesimo anno, come regalo per il proprio compleanno, acquista un’ascia.

la-porta-magda-szabo-recensioneMagda Szabò, La porta, Einaudi 2007

Una narratrice e deuteragonista, Magda Szabò, una protagonista, Emerenc Szeredàs, di cui l’autrice narra i vent’anni di vita durante i quali è stata la sua ‘donna delle pulizie’, e ne narra la morte, assumendone la responsabilità. “Ci sbagliammo entrambe, lei che si fidò di me, io che confidai troppo in me stessa. (…) Volevo salvarla, non distruggerla, ma non posso tornare indietro e cambiare le cose.

Un rapporto difficile, intenso e importante tra due donne: Emerenc, dura con sé e con gli altri e capace di grande intensità nel dare aiuto, nel farsi carico di chiunque, persona o animale, fosse in difficoltà; Magda, un’artista, fragile nelle cose della vita di ogni giorno, a tratti infantile, incapace di farsi carico dei propri bisogni quotidiani.

un-segno-invisibile-e-mio_letture_di_luglioBene. Eccomi qui con una piccola (per ora) scorta di nuovi libri. Non è completa. Occorre girare per qualche altra libreria.

Nel frattempo, sto leggendo (in e-book: seguirà acquisto) “Un segno invisibile e mio” di Aimée Bender. Per la verità, lo sto ri-leggendo. La prima lettura mi aveva lasciata perplessa, un apprezzamento discontinuo, ma comunque apprezzamento. Sentivo, tuttavia, il rischio di lasciare a metà il libro che non mi provocava, come solitamente mi succede, la ricerca spasmodica di tempo per continuare la lettura, per non essere interrotta, disturbata. Dunque: in prima lettura temo di averlo leggiucchiato, consapevole, tuttavia, che meritava altro. Richiedeva una nuova lettura, forse più attenta? Forse al momento giusto? Capita, per così dire, di ‘perdere’ un libro interessante per i più diversi inciampi che interferiscono con la lettura. Per quanto riguarda questo libro, un fattore può essere stato proprio l’e-book, che, in questo caso, era stato la scelta di un acquisto passatempo, un acquisto non meditato, – visto il libro, detto toh! Potrebbe andare, stasera non ho niente che mi vada da leggere, ma sì. Click! Ora penso che ne farò una recensione, vedremo, e credo che leggerò altro dell’autrice.

Nota a margine: mi ha colpito l’immagine di copertina, e la falsa somiglianza, nella totale diversità, con la copertina di “Verso un’altra estate”. Vero: celare, timidamente, un fiore con le mani dietro le spalle e nascondere, dietro le spalle, un’ascia, non si equivalgono. E però! Le due autrici sono, con ogni evidenza, quanto di più diverso uno possa immaginare, per storia, epoca di vita, scrittura, tutto. Eppure.