La fine del mondo e il paese delle meraviglieHaruki Murakami, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, Einaudi 2008

Che bel libro! Piacevolmente irritante e impossibile da lasciare, ad ogni “adesso basta!” che sorge dal cuore nel corso della lettura – dallo stomaco? dalla pancia? da <dentro>, comunque. E la lettura prosegue ossessiva e irrinunciabile.

Un libro che ti porta altrove, anche se alla fine non ne sei poi tanto sicura: racconta di un mondo – due “Città”, in effetti – dalle quali è stata eliminata l’interiorità delle persone che le abitano, ciò che Murakami chiama “il cuore”; e dunque, un libro che trasuda quel “cuore”, quell’interiorità, ad ogni riga. E ti porta ad intrecciare la nostalgia con il sorriso, e con l’amore, e con la gentilezza, e il carico dei ricordi senza i quali paradossalmente le spalle portano un peso insostenibile – e, ineluttabilmente, si piegano.

Che fareDevo dire la verità, ultimamente mi pare di aver consigliato alcuni libri, se possiamo dire così, un po’ impegnativi. D’altra parte, novembre è il tempo giusto, non siamo precisamente in spiaggia, sotto l’ombrellone, alle prese con una lettura che deve tener conto della pallonata che arriva e del chiacchiericcio che ci circonda. Mi chiedo se non dovrei alleggerire un po’ le mie proposte. E dunque, mi chiedo, che fare?

Ora non ridete, ma mentre le dita scrivevano la domanda, la stessa è diventata un libro (quasi inevitabile,  dato il titolo). Chi lo ricorda? No, non Lenin, no, chi lo ha preceduto, il buon infelice Gavrilovič Černyševskij (1828 – 1889) del romanzo “Che fare?

Antonio Gramsci, 1891 - 1937Franco lo Piparo, “Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere”, Donzelli Editore 2014: (segue)

 L’avevo detto, nel mio post del 4 novembre “Il compagno professor Gramsci: tra dialogo filosofico e lealtà multiple” (In: Filosofia e dintorni) che si sarebbe trattato unicamente di una “Introduzione”. Ora, si tratta di riprendere dalla domanda: quale era l’oggetto di una conversazione così pregnante da far sì che quegli uomini proseguissero il loro indiretto colloquio ignorando il mondo che si preparava ad andare in frantumi?

L'uccello che girava le vite del mondo.Devo dire che, passata ad altra lettura, “Il paese delle nevi” non mi ha ancora lasciata. E non ho ancora lasciato il Giappone.

Ho scritto spesso su cosa credo significhi, su cosa significa per me, il piacere di un libro che è un piacere variegato, che si declina in moltissimi modi. Tra questi c’è anche il piacere (un po’ perverso? Non credo) di un libro che ci è – il termine che mi viene è – “ostile”.

Il paese delle neviKawabata Yasunari, “Il paese delle nevi”, Einaudi 2014

Non so se questa potrà essere una recensione. Sto ancora riprendendomi dalla lettura. Il che richiederebbe la seconda lettura, e so che non rileggerò questo libro. Non a breve. Ma non lo dimenticherò. E so che sono contenta di averlo letto. Scriverne mi permetterà di metterne a fuoco il senso, che ha avuto per me, ovviamente.

È inverno. Si apre la stagione sciistica nel paese delle nevi, che vive di turismo (la stagione sciistica, il periodo autunnale in cui ammirare le foglie di acero). Si intravvedono, sullo sfondo, degli invisibili che lavorano (un capostazione, il personale dell’albergo, il portiere, le cameriere).

Paolo Zatti - Treviso, Le mura di Novembre
Paolo Zatti – Treviso, Le mura di Novembre

C’è davvvero un po’ di nebbia, non ho le idee molto chiare. Che faccio? Continuo il discorso sui due libri di Franco Lo Piparo? Meglio, su “Il professor Gramsci e Wittgenstein”? Che è quello, diciamo così, di contenuto? Mi trovo a usare lo scrivere per pensare, talvolta funziona, almeno per me. Per chi non lo fa, provare per credere. Non come regola naturalmente. Di regola, è meglio sapere prima cosa si vuol scrivere.

No, credo che Gramsci vada brevemente interrotto, il suo posto è nel contesto di “Filosofia e dintorni” e mi pare un po’ pesante, oltre che prematuro, continuare oggi su quella pagina (magari qualcuno ci vuole pensare ancora un momento e trovar qualcosa da suggerire).

Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potereFranco Lo Piparo, “Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere”, Donzelli Editore 2014

Franco Lo Piparo, “I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista”, Donzelli Editore 2012

Questa sarà una “recensione” un po’ anomala, e cercherò di chiarirne i motivi. Innanzitutto perché si trovano, consigliati insieme, due libri di Franco Lo Piparo che, nel tracciare, in Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere”, gli scambi avvenuti tra Ludwig Wittgenstein e Piero Sraffa, ambedue impegnati a Cambridge, e tra Antonio Gramsci[i] e Piero Sraffa[ii], amici e ambedue impegnati sia negli studi sia nella vita politica italiana e nell’opposizione al fascismo, fa riferimento, inevitabilmente, alla storia di vita dei personaggi implicati.

Il mullino sulla FlossNei miei programmi si è immesso un nuovo libro, che nuovo non è ma di cui sono rientrata in possesso; e si sono immesse alcune idee, o meglio, domande, anche queste non nuove ma che si sono ripresentate, e sono probabilmente destinate a rimanere tali, salvo condividerle.

Parto dal fatto che, in questi giorni, sono molto contenta perché ho ritrovato un bel libro che non avevo più, tanto che mi verrebbe la voglia di proporlo: ma c’è un problema, in questo momento non è editato e non si trova nelle librerie.

L'estate senza uominiSiri Hustvedt, “L’estate senza uomini”, Einaudi 2013

 Incipit: “Qualche tempo dopo che lui aveva detto la parola ‘Pausa’, impazzii e finii in ospedale. Non aveva detto “Non voglio vederti mai più”, oppure “E’ finita” ma dopo trent’anni di matrimonio ‘Pausa’ bastò a trasformarmi in una matta i cui pensieri si scontravano esplodendo e rimbalzando come pop corn nel microonde”.

Il seguito è leggerezza e profondità, sorriso e ironia lieve, dolore buono, se si può dire così, e persino allegria. Ed è corporeità. Buona e integra.

Vienna. Casa Wittgenstein oggi.
Vienna. Casa Wittgenstein oggi.

Comincerò con due chiacchiere, perché mi va bene così, ne ho voglia (è un buon motivo) e perché credo siano congrue con questo spazio. Saranno chiacchiere sulla lettura, naturalmente, anzi, sull’attività del leggere, che è di tanti tipi, e così dev’essere se non vogliamo cadere in quella specie di figura retorica che è il recensore-tipo, intellettuale (crede lui) e poco capace di godere di quello che fa, cioè leggere, riflettere su ciò che legge e scriverne: poi non è così, questo tipo non esiste, ma esiste lo stereotipo, ed è, tra l’altro, maschile. Il che ha a che fare con quello di cui racconterò poi su uno dei libri che sto leggendo e di cui parlerò.

La trilogia della città di KAgota Kristof, “La trilogia della città di K”, Einaudi 2014

Si trovano in camera nella casa della gioventù. Claus scioglie il cordino con cui è legato il suo vecchio cappotto. Posa cinque quaderni sul tavolo. Peter li apre uno dopo l’altro.”

“Sono veramente curioso di sapere cosa contengono questi quaderni. E’ una specie di diario?”

Claus dice:

“No, sono delle menzogne.”Delle menzogne?”

“Sì, delle cose inventate. Delle storie che non sono vere ma potrebbero esserlo.”

Scelgo di cominciare dalla fine, dal punto in cui (“La Terza Menzogna“) si avvia lo scioglimento della storia, se così si può dire, perché niente, in questa storia, è costruito per essere sciolto.

Incontro con Duccio Demetrio , venerdì 17 ott. 2014, alla Biblioteca di Treviso
Incontro con Duccio Demetrio, venerdì 17 ott. 2014, alla Biblioteca di Treviso

Nei miei desideri, i temi di questa chiacchierata dovevano riguardare, con una breve esposizione della nuova scorta di letture in programma, anche un breve resoconto sul “Carta Carbone Festival letterario”, dal tema “Autobiografia e dintorni”, che si è svolto a Treviso nel corso dell’ultimo fine settimana, organizzato dall’ ”Associazione Culturale Nina Vola”.

Tutte le animeJavier Marìas, “Tutte le anime”, Einaudi 2006

‘All Souls College’ di Oxford. ‘Tutte le anime’: il titolo di questo bellissimo libro non è fuorviante. Diverse ‘anime’ compongono infatti il mosaico di narrazioni che il protagonista, voce narrante, ci fa conoscere, raccontandoci il periodo di due anni da lui trascorsi con un incarico di docente di letteratura spagnola a Oxford.

Il narratore è un giovane professore spagnolo che scrive per fissare l’esperienza del suo periodo oxoniense, esperienza che definisce “di turbamento” mentre, essendo lui, per carattere, persona tutt’altro che turbata – questo egli afferma di sé – tutto finirebbe per esser dimenticato: “Anche i morti, che sono metà delle nostre vite, ciò che compone la vita insieme ai vivi, senza che in realtà sia facile capire che cosa separa e distingue gli uni dagli altri; intendo dire i vivi dai morti che abbiamo conosciuto da vivi. E finirei per cancellare i morti di Oxford. I miei morti, il mio esempio.

La forza del passatoHo completato la lettura di questo romanzo, ormai datato (prima edizione dell’anno 2000), di Sandro Veronesi, di cui avevo letto qualche anno fa unicamente “XY”, libro che avevo messo da parte riservandomene una rilettura (che finora non c’è stata). Mi era parso un libro che aveva delle possibilità, la scrittura era interessante, e anche l’idea poteva esserlo; non ne ero rimasta convinta ma nel contempo esitavo a rinunciare a questo scrittore. Cosa che invece, per tre anni, ho evidentemente fatto.