Ivy Compton-Burnett, Un’eredità e la sua storia, Adelphi Edizioni 2001Un'eredità e la sua storia

Nell’ultima chiacchierata sulle letture in corso ho già presentato quest’autrice, di cui tuttavia voglio proporre in particolare questo romanzo. Non perché sia il suo migliore, ammesso che, specialmente sulle opere di Ivy Compton-Burnett si possano fare classifiche di questo tipo ma perché, a mio parere, è uno dei suoi romanzi più gradevoli, che si legge con il sorriso (nel retro del quale c’è, comunque, sempre, un leggero stridor di denti: non del tutto spiacevole, no.)

Mi dilungherò dunque sulla sinossi, ed eccederò un po’ in citazioni di dialoghi, dato che, al di là della storia narrata, sono senza dubbio l’elemento prevalente in questa scrittura. Se ne viene travolti, non c’è respiro, e ci si chiede come mai l’autrice non abbia scritto per il teatro. La casa, i personaggi, i dialoghi, sono visibili. Non si ‘leggono’, si ‘odono’ e si ‘vedono’.

Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh, Casa Editrice Corbaccio 20132205113_I quaranta giorni dl Mussa Dagh_cop@01.indd

Questa è una storia ed è un romanzo: Werfel narra la vicenda di cinquemila armeni, gli abitanti di sette villaggi alle falde del Moussa Dagh che, nell’imminenza della deportazione da parte della Turchia, l’allora Impero Ottomano, nel corso della prima guerra mondiale – era il 1915 – decisero di resistere rifugiandosi e organizzandosi per combattere sulla loro montagna. Da lassù, il monte si trova a Nord della Baia di Antiochia, a picco sul mare, sperarono di essere individuati da qualche nave francese o inglese che li potesse salvare, rivolgendo dunque le loro speranze necessariamente al nemico. Alzarono una grande bandiera, con scritto “Aiuto, Cristiani in pericolo” sperando che fosse veduta. Dopo quaranta giorni, prossimi alla morte per fame, furono individuati, non per merito del segnale, da una nave francese che li mise in salvo. Questa è Storia, ed è la storia di quella gente, di quelle comunità, di quella decisione e di quei quaranta giorni.

John Williams, Stoner, Fazi Editore 2012

Quando si finisce di leggere questo libro, dimenticando il fatto che, fino circa la metà si era stati tentati di lasciarlo per noia e qualcosa ci aveva trattenuti, si esala un respiro e la voce interna dice una unica parola: Bellissimo.

Poi, come accade quando un autore ci ha totalmente presi, la mente va alla ricerca della nuova sua opera da leggere. A questo punto ci si dice, stupiti: “No. Non credo che leggerò altro di suo. Questo autore è questo libro. E basta”.

Non accade spesso, ma accade. A me è accaduto con questo libro. Di sentirlo come una totalità. E cerco di capire: perché questo libro è bellissimo? E perché questa sensazione di totalità conclusa?

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Charles M. Schultz, Piperita Patty e Marcie. Fonte: internet

Questa è una chiacchierata a sé. O vogliamo dire un Intermezzo. In ogni caso, un po’ fuori tema. Ho di fronte a me un bel gruzzolo di libri da leggere, e tra questi certamente alcuni da recensire: mi prendo dunque del tempo per fare il punto su questo blog, che sono determinata a sviluppare, forte anche dei pochi ma buoni followers che lo seguono (si dice “followers”, vero? Sto imparando, sono costretta ad imparare linguaggi che non mi erano abituali, ma si fa tutto quel che serve, sperando di non sbagliare troppo)

Mi rendo conto che è un po’ arrischiato, da parte mia, prendere di petto i lettori (ci siete, non folle oceaniche ma assicuro che ci siete, anche se un po’ zitti zitti), e correre il rischio di non avere risposta, ma è necessario che io ci provi. Da dove posso partire?

jean_baudrillard_recensioneJean Baudrillard, Perché non è già tutto scomparso? Castelvecchi Editore 2013

Abbiamo chiuso la riflessione sul testo di Aime, affermando che era bene partire dalla realtà, dalla comune percezione del mondo che ci circonda, nel quale viviamo e di cui facciamo parte.
Ed ecco il problema: quando diciamo <il mondo che ci circonda> e <nel quale viviamo>, in qualche modo poniamo <due> soggetti del discorso: noi, e il mondo. Come dire che <il mondo> circonda <noi>, <noi> siamo una cosa, il <mondo> è un’altra. Poniamo una separazione per la quale esiste un <noi> ed esiste un <mondo>, dato, sul quale operiamo. Ne siamo, in un qualche senso, al di fuori; ci aspettiamo di poterlo guardare, maneggiare, modificare senza che ciò si riverberi su di noi.

Peter_Hopkirk_il grand egiocoPeter Opkirk, Il Grande Gioco. I servizi segreti in Asia Centrale, Adelphi Edizioni 2013 (Quarta edizione)

La pubblicazione da parte di Adelphi della quarta edizione in tre anni di quest’opera di Peter Opkirk è un’indicazione sulla fondamentale inutilità di recensire un testo che ha con ogni evidenza già un vasto e meritato pubblico. Tuttavia, questo lunghissimo racconto non è mai abbastanza letto, mentre ci troviamo in pieno “Secondo Grande Gioco” e, come scrisse Opkirk nel 1997 a chiusura della nuova prefazione, “potrebbe succedere di tutto e avanzare previsioni sarebbe non soltanto azzardato ma anche stupido

marco aime_recensioneMarco Aime, La macchia della razza. Storie di ordinaria discriminazione, elèuthera 2013. Premessa di Marc Augé. Postfazione di Guido Barbujani

Con questo libro, siamo nei dintorni. L’autore, Marco Aime, è un antropologo, docente di Antropologia culturale all’università di Genova ma soprattutto ricercatore con al suo attivo importanti esperienze e conoscenze in particolare nel Sahel.

Si tratta di un piccolo volume, un centinaio di pagine tutto compreso, che tuttavia, in modo molto chiaro, ci parla del quotidiano razzismo che pervade gesti, parole, pratiche, burocratiche ma non solo, che caratterizzano il nostro rapporto con ‘lo straniero’ che viene in Italia.

Adriatico insanguinato_recensioneCristiano Caracci, Adriatico insanguinato. Genova, Aquileia, i Carraresi, l’Ungheria contro Venezia,
Editore Santi Quaranta Treviso, 2014

Cristiano Caracci torna con un altro bel libro i cui personaggi sono luoghi e genti, e parlano utilizzando voci la cui invenzione nulla toglie alla verità delle esperienze umane narrate, dentro la verità di fatti storici.

Con i territori e le loro appartenenze – il Friuli del Patriarcato di Aquileia, dalla pedemontana alla laguna di Marano, la Serenissima, La Repubblica di Genova, il loro estendersi, nei commerci, nella guerra, nell’intreccio tra guerra e commercio, fino a Costantinopoli, al quartiere genovese di Galata e alla città ottomana – vivono i luoghi della gente e i paesaggi, le piccole patrie.

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La luce di Ragusa, Cristiano Caracci

Cristiano Caracci, “La luce di Ragusa”, Editrice Santi Quaranta, 2005

La Luce di Ragusa, di Cristiano Caracci, Editore Santi Quaranta, di cui ho scritto nell’ultima chiacchierata, è stata una bella lettura. Interessante per la qualità della scrittura e per la struttura del racconto che viene svolto attraverso il parlato, in prima persona, via via del rappresentante di una progenie di mercanti ragusani – ad ogni capitolo parla un figlio, che succede al padre nella conduzione di un’impresa mercantile di marinai che, trasportando via mare le merci più varie, accostano le realtà sociali dei Balcani e del mar Mediterraneo. C’è Venezia, di cui tener conto, da temere, ci sono i rapporti con le terre del Papa, ci sono le realtà sociali delle città dei Balcani. C’è soprattutto il mare, e la luce della città di Ragusa – Dubrovnik che riaccoglie, all’arrivo in porto, e che lega alla terra.

Queste oscure materiePhilip Pullman,
Queste oscure materie” (“La bussola d’oro”, “La lama sottile”, “Il cannocchiale d’ambra”),
Edizioni Salani, 2013

La Bussola d’oro. La storia si svolge in una società simile e diversa dalla nostra, organizzata secondo una diversa geografia politica: siamo in un regime teocratico in cui regna il potere religioso e la fisica è chiamata teologia sperimentale. In una Oxford di questo mondo, al Jordan College, vive Lyra, una ragazzina spensierata, capace di grande lealtà e di grande fantasia, vale a dire di una grande capacità di invenzione delle bugie più incredibili.
In questo mondo ogni essere umano vive in stretta simbiosi con un proprio daimon, una esternazione dell’anima che, assumendo la forma di un animale, di sesso opposto al proprio, assicura ad ognuno una consapevole integrità, la possibilità di non essere mai solo, la possibilità di essere sempre in contatto con il proprio sé.
A partire da questo mondo, e da un destino, conseguente a una profezia, che indica in Lyra l’artefice di profondi, pericolosi o salvifici, cambiamenti, si aprono una serie di mondi paralleli, uguali e diversi, popolati da esseri fantastici.

Irène Némirovsky, I Cani e i lupi, AdelphiI cani e i lupi Nemirovsky

Ada e Ben Sinner: due bambini, cugini, vivono nella parte bassa, povera, di una indefinita città dell’Ucraina. Sono i primi anni del Novecento; l’esperienza dei pogrom, la consapevolezza di una appartenenza che comporta estrema fatica nel cercare e trovare una vita sicura, il faticoso raggiungimento di un benessere la cui aleatorietà è insita nell’essere senza patria e senza appartenenza sentiti come propri dal popolo ebraico.