Sugli scaffali della mia libreria si segnala, con ben tre opere, pur non recensite, la presenza di Mark Twain. [i]

Ora, sono reduce dall’essermi goduta “Uno yankee alla corte di re Artù”, pronta a riporlo sullo scaffale trovando impari il compito di una sua adeguata restituzione – e dico impari perché le “storie”, i racconti, i reportages di Twain sono sempre <altro da> ciò che vi si racconta. In esse ogni frase è pietra fondante di un infinito discorso, mentre l’autore intercala, a commento delle sue storie, sintesi fulminee di pensieri che lasciano il lettore a gingillarsi con sani dubbi – nel piacere di una franca risata.

Astrid LIndgren, “Pippi Calzelunghe“, Salani Editore 1988

Traduzione di Donatella Ziliotto e Annuska Palme Sanavio

 

In questo agosto troppo caldo e, diciamolo, preoccupante su molti fronti, la ricerca di “cosa leggo stasera” è un tormentone.

Sono distratta, fa caldo, sono stanca; alle prese con una serie infinita di desideri incerti, con la voglia di recuperare “libri mattone” che il momento, la cronaca a rischio di farsi biecamente storia, chiama a rileggere, ripensare; desideri che il caldo e la stanchezza afflosciano.

Così, sul mio tavolo si accumulano vecchi libri, senza un loro vero richiamo. O meglio, senza l’energia, la fiducia necessaria ad affrontarli.

Umberto Eco, “Il fascismo eterno”, La nave di Teseo 2017

Il 25 aprile del 1995 Umberto Eco tenne un discorso presso il Dipartimento di Italiano e Francese alla Columbia University, per celebrare il cinquantenario della liberazione dell’Europa dal nazifascismo.

Pochi giorni prima, il 19 aprile, ad Oklahoma City era stato compiuto un grave attentato dinamitardo che aveva causato – leggo, per recuperare il ricordo -168 morti e 672 feriti. L’attentatore veniva, come si dice, dall’interno: si trattava di un veterano della Guerra del Golfo. Impazzito. Che in seguito fu condannato a morte tramite iniezione letale.

Kurt Vonnegut, “Perle ai porci, o Dio la benedica Mr. Rosewater”, Feltrinelli 2015

Leggere Vonnegut è sempre un’esperienza speciale. Si tratta di un autore prolifico che, dalla vetta di un’opera quale “Mattatoio n. 5 o la crociata dei bambini” (qui) ci ha lasciato opere caratterizzate, allo stesso livello, da un linguaggio agile, discorsivo, segnato da un fondo di umorismo che potrebbe essere definito solo dall’aggettivo “buono”; e da un messaggio carico di empatia per le persone, pur senza alcuna cecità verso i loro comportamenti.

Aprendo il libro, ci verrà detto da subito, quale incipit, che…

Valeria Corciolani, “Il morso del ramarro”, emmabooks 2014

“Marisol infila la mano nel sacchetto del pane e rompe la rosetta croccante.

Buonissima.

A volte la sua vita di prima, il sapore del pane di laggiù, l’odore dell’aria e della terra, le sembrano sfocati e lontani. Come se piano piano li stesse dimenticando…”.

Riprendendo da quanto già scritto di questa autrice (qui), ho trovato, in questo suo libro, un piacere di lettura raro, nel genere. Ho trovato un piccolo capolavoro.

 

Paolo Rumiz, “Il filo infinito”, Feltrinelli, aprile 2019

“…la mia anima è poco propensa a celesti pensieri. Troppa rabbia per quello che succede in Europa. Di questi tempi preferisco i Salmi Imprecatori, che ho da poco scoperto nella Liturgia monastica delle ore…Salmi che esortano ad affacciarsi senza timore sul fosco mistero del Male, a proclamare a voce piena la sua esistenza al cospetto di Dio, anche per chiedergli di sbrigarsi a mettere in pratica la vendetta contro gli empi…”

Sto partendo dalla fine, dalle ultime pagine, di questo libro. Mi sono riservata, per alcune ore, la lettura dell’ultimo paragrafo di questo libro, al termine di un viaggio sulla carta attraverso i Monasteri Benedettini d’Europa: alla scoperta dell’Europa, delle sue radici, seguendo “La Regola”, il “Ora et labora” che norma l’autonomia e l’autosufficienza dei Monasteri di San Benedetto, il Santo Patrono d’Europa.

Robert Maynard Pirsig, “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, Prima pubblicazione italiana: Adelphi 1981

Traduzione Delfina Vezzoli

 

 “E ciò che è bene, Fedro,

e ciò che non è bene –

dobbiamo chiedere ad altri di dirci queste cose?”

 

Tema: il Viaggio, che il protagonista-autore compie In motocicletta, con il figlio undicenne attraverso l’America, dal Minnesota alla California.

Sherwood Anderson, “L’uomo che diventò donna”, elliot 2019

Traduzione di Gabriele Baldini

“Mio padre aveva un emporio nella nostra città, in Nebraska, una città talmente uguale a mille altre dove sono andato in seguito che è inutile che perdiamo tempo, io e voi, a fare la sciocchezza di tentare di descriverla.”

James Purdy, “Non chiamarmi col mio nome”, Racconti edizioni 2018

Traduzione di Floriana Bossi

 

È accaduto di nuovo: mi sono innamorata di (o forse appassionatamente odio?) un autore che non avevo mai letto, che era per me solo uno dei tanti nomi vagamente già sentiti, o fors’anche no; e ora dovrò farmi una piccola scorpacciata impossibile: per i pochi titoli tradotti in italiano di un autore tanto riconosciuto dal Gotha della letteratura USA e anglosassone quanto misconosciuto oggi al grande pubblico dei lettori; per la fatica, il dolore, che una tale scrittura, nella sua linearità, scarna, essenziale, “facile” alla lettura, porta con sé, stremando chi legge. Imperdibile.

 

Abraham B. Yehoshua, “Il tunnel”, Einaudi 2018

Traduzione di Alessandra Shomroni

 

Il libro stava da un po’ di tempo, sul mio tavolo, in attesa. Era un ottimo libro, che mi doveva regalare, come infatti è avvenuto, un buon tempo di lettura dal quale, senza scosse, avrei ricavato di che trattenere, sviluppare, pensieri e, sì, un utile, vivificante permanere di domande prive di ansia e di risposta: pacificate direi; disponibili ad attendere il proprio tempo, avendo trovato almeno uno, due punti fermi, capaci di dare un senso, personalissimo, alla vita.

Thomas Mann, “La montagna incantata”, Corbaccio 2011

Avevo anticipato questa rilettura in corso più di un mese fa. (qui: per una breve sinossi).

Ora, lungi da me l’idea, non osabile, di una recensione di questo capolavoro, e invece il desiderio di raccontare sprazzi di un’esperienza di lettura; unica, frutto, certo, di un “incantesimo” che l’autore ha operato: su di me. Su di sé? Per fuggire il mondo che, dopo la tragedia della Grande Guerra, vedeva evolvere in pazzia una pace mai stata.