Ivy Compton-Burnett, “Il capofamiglia”, Fazi editore 2020. Traduzione di Manuela Francescon

 

Attendendo le prossime pubblicazioni, e traduzioni di libri di Ivy Compton-Burnett, appena terminata la lettura di “Il capofamiglia”, ho con molto piacere trovato tra i miei contatti due belle recensioni di questo romanzo (qui e qui). Con piacere, dico, e molto, perché si tratta di un’autrice, una grande del ‘900, che a lungo, e inspiegabilmente, era stata assente dai cataloghi delle CE italiane, con poche benemerite eccezioni che, viene da pensare, abbiano dovuto recedere dal proseguire a pubblicarla non avendo incomprensibilmente trovato riscontro da parte dei lettori.

Elvis Malaj, “Il mare è rotondo”, Rizzoli 2020

Dalla Quarta di copertina:

“Elvis Malaj è nato in Albania nel 1990. A quindici anni si è trasferito ad Alessandria con la famiglia e oggi vive a Belluno. Ha esordito con la raccolta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia, selezionato al Premio Streg 2018″

 

Avevo atteso di rileggere questo autore, dopo i racconti di Dal tuo terrazzo si vede casa mia, (qui)   in cui Elvis Malaj già mostrava una struttura narrativa capace di ampio respiro, capace di catturare l’intero di un mondo e di una storia.

Ted Chiang alla libreria ‘Estudio en Escarlata’ di Madrid, Spagna (scatto di Arturo Villarrubia, 24/02/2011) Wikipedia

Scoprendo l’acqua calda, immagino, mi imbatto su di un autore a me finora totalmente sconosciuto: ed è infatuazione – ancora presto per dire “amore”, immagino; ogni infatuazione ci sembra tale, all’inizio.

E tuttavia, questo autore possiede sicuramente, oltre ad una scrittura godibile, una qualità di contenuto che non lascia scampo al lettore, catturato con leggerezza e tuttavia senza che il compito, l’invito ad entrare nella domanda che ogni racconto presenta, gli venga facilitato.

Michail Bulgakov, “Cuore di cane”, Traduzione di Viveca Melander, Newton Compton 1975.

 

Lasciato il topolino Algernon, andando a ritroso mi sono ritrovata tra le mani Cuore di cane” (1925): non lo rileggevo da molti anni (decenni?) e se le due storie non hanno alcun rapporto tra loro, qualcosa tuttavia c’è, come buona e giusta conseguenza della riscrittura che ogni lettore opera di un libro che, da un tempo altro, arrivi ad abitare il suo oggi.

Ed ecco: non che, al momento in cui è stato scritto, questo lungo racconto sia stato figlio di un mondo migliore o peggiore. È stato scritto in un tempo in cui il mondo era vasto e, se in un <qui> le cose andavano male, c’era il miraggio di un <là> dove avrebbero potuto andar bene; il sogno di un <domani>; di un dopo di noi: che oggi temiamo di perdere; o che sia devastato senza ritorno, mentre insistiamo, come comunità e come singoli, a ricercare una salvezza di qualche tipo, ognuno solo, ognuno per sé.

Daniel Keyes, “Fiori per Algernon”, TEA 2016

Traduzione Bruno Oddera

 

Avviene: di incontrare un libro di cui si ricordava, labilmente, l’esistenza, e che mai era giunto davvero alla nostra attenzione; e lo si scopre essere un libro importante, di quelli che non lasciano indenne il lettore.

Che poi: il tema è, di suo, importante – obbligatorio dirlo – e dunque, se vogliamo, anche no: è uno di quei temi su cui è stato detto tutto, o così pare. Potrebbe sembrare uno di quei libri che sfiorano il luogo comune, fatti apposta per sentirsi buoni. È un libro assegnato alla categoria fantascienza, a torto o a ragione, e già questo basta, forse, a porlo ai margini dell’attenzione.

La misura del tempo”, Einaudi 2019

 

“Mi piace cenare con gli amici. Allora perché devo morire”

Marcello Mastroianni[i]

 

Una piccola interruzione alla peste: ci vuole. Ripromettendomi di ritornarvi. Che poi, Carofiglio non ci fa mai mancare quel suo, appena accennato ma costante, sentimento di caducità delle cose, e dunque di noi, della nostra presenza nel mondo; adeguatamente nascosto sotto una civile e riposante riflessione sul bisogno di accostare accadimenti e persone accogliendone ragioni e relatività.

Jonathan Littell, “Le Benevole”, Einaudi

Traduzione di Margherita Botto

 

Ho finalmente portato a termine la lettura, a cui mi ero impegnata, di un libro che, nel corso degli ultimi quattro anni, mi ha altamente trattenuta e respinta; un libro che, dalla sua uscita nel lontano 2006, ha riscosso un grande e controverso interesse.

Un libro <pesante> per contenuti e per mole: 943 pagine sono molte, ma ci stanno tutte; e neppure si potrebbe dire che siano troppe considerando la scelta di cura ossessiva, di insistenza sui particolari con cui la storia viene sviluppata.

Stefania Auci, “I leoni di Sicilia. La saga dei Florio”, Editrice Nord 2019

Da un anno questo romanzo è campione di vendite sul mercato italiano e non solo. Venduto, riferisce la casa editrice, in cinque paesi stranieri ancor prima della sua uscita italiana in libreria.

Vale a dire che si tratta di un romanzo sul quale la casa editrice ha scommesso, investendo sul suo lancio commerciale: e sul quale ha vinto.

L’autrice, non alle prime armi è (era) tuttavia non nota nel panorama letterario italiano. Riferisce lei stessa, in un’intervista, di scrivere ormai da dieci anni:

Marco Ubertini, “33”, Sperling & Kupfer 2020

Prefazione di Coez

Avviene, quando si è fortunate, di incrociare una importante opera prima. Avviene di ritrovarsi immerse in un libro, e in una storia, splendidamente condotti, da leggere non gradendo interruzioni e tuttavia senza fretta, per assaporarne la scrittura.

Un tema difficile: un percorso adolescenziale doloroso e affaticato, vissuto nella ribellione ad una famiglia che, come ogni famiglia, attraversa problemi; che non rinuncia ad accogliere, senza obbligare a rimanere; che consente l’esserci e il ritorno, rimanendo porto sicuro anche nella burrasca.

Buona Apocalisse a tutti!

Terry Pratchett & Neil Gaiman, “Good Omens. Le belle e accurate profezie di Agnes Nutter, strega“, Mondadori 2018

Così inizia questo romanzo, opera di Terry Pratchett e di Neil Gaiman

Stanno per arrivare Guerra, Carestia Morte e Inquinamento (la Peste non è più in auge ma è stata ben sostituita).

Una tematica perfetta, oggi, per questo romanzo, scritto a quattro mani nel lontano 1990.  Soprattutto perché, nonostante tutto, apre uno spiraglio alla salvezza.  Solo uno spiraglio, niente di più; ogni domani restava allora, per i nostri autori, comunque incerto: e tuttavia c’era. Non è poco. E oggi?

Biörn Larsson, “La lettera di Gertrud”, Iperborea, 2018

Traduzione di Katia De Marco

Avevo apprezzato, quasi un anno fa, la recensione di Pina Bertoli su questo libro, annotandomelo per leggerlo nel momento in cui il mio interesse per un tema che mi coinvolge profondamente avesse trovato il suo giusto tempo.

Ripropongo il libro, dunque, invitando anche a leggere la recensione che me lo ha indicato e che segnalo: qui

La storia: Martin Brenner, uno scienziato, genetista, sposato ad una ginecologa e padre di una bambina adorata, ha una vita serena e, a dirla con un termine d’uso, riuscita.

Massimo Roscia, “La strage dei congiuntivi”, Èxòrma 2014

Avevo già accennato (qui) a questo romanzo che ora propongo in quanto, in modo solo apparentemente anomalo, lo ritengo particolarmente adatto al periodo natalizio; adatto ad esorcizzare, fantasmaticamente attuandola, una certa voglia omicida che…

Ora che il Natale è alle nostre spalle (non del tutto, permangono pastori in viaggio in attesa dei Re Magi, buoni ultimi; e della Befana, per i più piccini) lo possiamo dire: il Natale è un periodo ben strano, un periodo in cui chi ha bambini si salva, almeno in parte ma, per tutti gli altri (e per come vanno le cose in questo nostro disgraziato mondo), non c’è protezione.

Alice Cappagli, “Niente caffè per Spinoza”, Einaudi 2019

A fine anno solitamente mi ritrovo (come molti, credo) a riflettere sulle cose fatte, sulle cose che mi propongo di fare; a <profetare> su come va il mondo (dei libri e loro dintorni, ovviamente, non altro: almeno qui).

Quest’anno non sarà così. Sarà stata una breve malattia, una di quelle belle intense bronchiti che i fumatori curano quasi piacevolmente a libri e sigarette contate; sarà che, standosene a letto o, a scelta, sul divano, il pensiero si sente autorizzato alla vacanza (in senso etimologico); sta di fatto che chili di libri giusti per il momento mi hanno raggiunta. In massa.

Ho smesso di chiedermi come ciò avvenga. Avviene. E vi sono libri che chiedono di essere restituiti.

Romain Gary (Émile Ajar), “La vita davanti a sé”. Illustrato da Manuele Fior, Neri Pozza 2018. Prima edizione francese 1975

 

 “Per prima cosa vi posso dire che abitavamo al sesto piano senza ascensore e che per Madame Rosa, con tutti quei chili che si portava addosso e con due gambe sole, questa era una vera e propria ragione di vita quotidiana, con tutte le preoccupazioni e gli affanni. Ce lo ricordava ogni volta che non si lamentava per qualcos’altro, perché era anche ebrea. Neanche la sua salute era un granché e vi posso dire fin d’ora che una donna come lei avrebbe meritato un ascensore.”