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Andrea Zanzotto

Andrea Zanzotto non è più tra noi ma parla ancora, e la sua voce è in grado di elevarsi alta, forte, pur se (solo) in apparenza rassegnata. Oggi, nel momento in cui il Veneto trova, per coprire il diffuso analfabetismo funzionale che cresce, lo strumento dello sdoganare, sotto la voce impropria di “dialetto”, la sgrammaticatura generalizzata e ufficializzata definendola “lingua veneta”.

E Amen, dice il poeta.

le-otto-montagnePaolo Cognetti, «Le otto montagne», Einaudi 2016

Questa non può essere, non da parte mia, una “recensione” nel senso che abitualmente diamo a questo termine. Tanto più trattandosi di un libro molto bello – ne fa fede l’autore e la sua scrittura sempre felice, il piacere di un italiano curatissimo senza sforzo alcuno percepibile, la costruzione perfettamente equilibrata del racconto, senza cadute, mai.

E tuttavia io, da questo libro, non sono in grado di prendere la distanza necessaria per poterne scrivere in modo, diciamo, equanime. Non ne sono in grado, pur desiderando proporlo, a causa del suo essere entrato, di prepotenza, nella mia vita, precipitandomi dentro la storia – non come uno dei personaggi, nessuna identificazione, ma per l’essermi trovata, non veduta, tra gli anonimi che abitano là, nel borgo di montagna teatro degli avvenimenti; non ad ascoltare un racconto, bensì testimone diretta degli avvenimenti, veduti nel loro svolgimento, dalla posizione di una delle voci di paese che, nel corso della storia e della sua conclusione, avranno commentato, all’osteria del posto, nei momenti di incontro, ogni fatto, avvenimento, comportamento  dei protagonisti. Ecco: mi sono trovata a vivere la parte del coro, che punteggia, e commenta, e ammonisce. Con emozioni forti, e contrastanti, molto contrastanti.

valentino-zeichenMi scopro a riprendere da dove ho lasciato. Brutta cosa l’autocitazione! Che, tuttavia, mi trova obbligata, dovendo dipanare un pensiero che si era interrotto su un punto interrogativo. Su di un “forse” – solo forse, leggo troppo. Forse, solo forse, dovrei – rileggere e rileggere fino ad imparare a memoria? Prendere dentro di me, trasformare in carne e sangue la parola? Quella che serve. Quella che posso contenere. E restituire.

cachiMentre il riordino delle librerie prosegue, trattandosi di un lavoro che, per sua natura, non può aver fine, c’è nell’aria la chiusura di un altro anno. La si sente venire, quasi non si potesse attendere oltre, velocemente e distrattamente assolti il Giorno di Ognissanti e il Giorno dei Morti – un malvisto e mal goduto Halloween da parte di bambini privati della complicità adulta per un gioco rituale mal condiviso (che pure ci apparteneva, con altri nomi, con riti diversi di uguale significato).

orlando-virginia-woolf-oscar-mondadori-1995E così, sommersa da desideri di lettura incongrui, da richiami sui quali mi è difficile arrestarmi, ho riletto, di getto, e con grande partecipazione, «Orlando» di Virginia Woolf, ripromettendomi di scriverne; e ora questo impegno con me stessa, in certo qual modo, mi inguaia.

Un “libriccino” lo aveva definito la stessa Woolf, con riferimento alle dimensioni, relativamente contenute, di un romanzo che, per molti versi, ha la struttura di un lungo racconto; e con riferimento al suo essere stato concepito come un “gioco” tra lei, Vita Sackville-West e Violet Trefusis: due donne, queste ultime, che sarebbe certo interessante conoscere ma che – ed ecco la difficoltà – alla fine della fiera hanno, dovrebbero avere, poco a che fare con l’opera, che vive di vita propria, al di là dell’intenzione che ne ha motivato la scrittura; e al di là del fatto che, in qualsivoglia recensione, non si parli quasi dell’opera in sé e si parli invece sempre delle biografie, delle storie di vita, che l’hanno fatta nascere. Scandalose per l’epoca – e poi neanche tanto.

james-bondProsegue, lentamente, il riordino delle scaffalature di cui raccontavo la scorsa settimana che non solo non si avvicina minimamente ad essere concluso (il che è il meno), bensì non si avvicina minimamente a trovare una organizzazione che consenta il prevederne la conclusione.

Sempre più incombe il problema, che non risolverò (a favore della doppia fila), del come poter far uscire da casa dei libri. Cosa dovrei fare: rileggere libri abbandonati (e ce ne sono) per convincermi che, se sono tali, un motivo ci sarà? Così, ho comunque spulciato tra i vecchi Oscar Mondadori; ho aperto un libro più o meno a caso, «Agente 007 missione Goldfinger», letto qualche pagina, e che ti trovo?

mark-haddon-lo-strano-caso-del-cane-ucciso-a-mezzanotteMark Haddon, «Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte», Einaudi 2005. Traduzione di Paola Novarese

 

Uno strano bel libro. Che si avvia dal capitolo 2.

E il capitolo 1? Errore di stampa? L’interrogativo, al momento, resta insoluto. Al momento.

“Mezzanotte e 7 minuti. Il cane era disteso sull’erba in mezzo al prato di fronte alla casa della signora Shears. Gli occhi erano chiusi. Sembrava stesse correndo su un fianco, come fanno i cani quando sognano di dare la caccia a un gatto. Il cane però non stava correndo, e non dormiva. Il cane era morto. Era stato trafitto con un forcone. Le punte del forcone dovevano averlo passato da parte a parte ed essersi conficcate nel terreno, perché l’attrezzo era ancora in piedi.”

biblioteca-2Non so cosa leggere. Sono preda di desideri sparsi. Tutto perché, dopo Natalia Ginzburg, la tendenza andava verso l’abbuffata, passarli tutti: Calvino, Pavese, Morante, Moravia no, mai apprezzato, ma c’è Brancati; c’è Parise, c’è Cassola. E vai, una bella lista.

Ho scelto di distogliermene. Rischia che non me li gusto, non si fa così. Il vino buono va centellinato.

il-tempo-migliore-della-nostra-vitaAntonio Scurati, «Il tempo migliore della nostra vita», Bompiani 2015

Leone Ginzburg dice “no” l’otto gennaio del millenovecentotrentaquattro. Non ha ancora compiuto venticinque anni ma, dicendo “no” si incammina verso la propria fine.”

“Illustre professore, ricevo la circolare del Magnifico Rettore, in data 3 gennaio, che mi invita a prestare giuramento, la mattina del 9 corrente alle ore 11, con la formula stabilita dal Testo Unico delle leggi sull’Istruzione superiore. Ho rinunciato da un certo tempo, come Ella ben sa, a percorrere la carriera universitaria, e desidero che al mio disinteressato insegnamento non siano poste condizioni se non tecniche o scientifiche. Non intendo perciò prestare giuramento”[i]

mai-devi-domandarmiNel cassetto delle riletture completate c’è ora «Mai devi domandarmi» di Natalia Ginzburg, e c’è il mio desiderio di proporlo, perché è davvero una lettura densa di tante cose; ma mi rassegnerò ad accennarne in poche righe, per resistere alla tentazione di rimanere troppo a lungo, cocciutamente, su Natalia Ginzburg, sulla sua scrittura e sulla sua storia.

In chiusura di questo libro l’autrice scrive una nota, è il novembre 1970, per dirci come lo ha “costruito”, raggruppando scritti diversi (articoli apparsi su “La Stampa” di Torino nei due anni precedenti; un racconto, alcuni inediti). E conclude dicendo: “Non mi è mai riuscito di tenere un diario; questi scritti sono forse qualcosa come un diario, nel senso che vi ho annotato via via quello che mi capitava di ricordare e pensare; perciò l’ordine cronologico è forse il più giusto.

Di un’autrice, di un autore ciò che di lei, di lui, interessa sta unicamente in ciò che ha scritto: è così e così dev’essere. Ci sono tuttavia autori, artisti, il cui tempo di vita, e la cui storia, gettano luce la-strada-che-va-in-cittasull’opera anche se questa non richiede, per reggersi, altro che se stessa.

Natalia Levi Ginzburg è uno di questi casi, e lo è in modo peculiare: la sua storia di vita, la storia della sua giovinezza, illuminano la sua opera soprattutto per la grande, anomala alterità esistente tra la sua vita e la sua scrittura. Perché esistono tempi, ed esistono vite, da cui non si può prescindere; e in particolare per una donna, in un certo momento storico, è difficile dare vita, anche, e soprattutto, e comunque, ai propri figli e ai propri libri, prescindendone. In modo determinato. Sicuro. Dolcemente cocciuto. Seguendo la propria strada qualsiasi cosa avvenga.